Mahasamadhi di Paramhansa Yogananda – 7 Marzo 1952

Mahasamadhi di Paramhansa Yogananda – 7 Marzo 1952

Gli ultimi giorni di Paramhansa Yogananda e il Suo Mahasamadhi sono collegati alla visita a Los Angeles dell’allora Ambasciatore dell’India, Sig. Binay Ranjan Sen.

Le scritture Hindu affermano che i grandi devoti di Dio vengono preavvisati del momento della propria dipartita da questa terra. Uno yogi, a differenza di un uomo non illuminato, non viene mai sorpreso bruscamente dalla morte.

Paramhansa Yogananda era consapevole del piano della sua vita fin dagli anni giovanili trascorsi con il suo onnisciente Guru, Sri Yukteswar. Egli sapeva che la sua vita non sarebbe stata lunga. “Non vivrò fino alla vecchiaia”, disse a un discepolo nel 1924 ed accennò più volte ad alcuni tra i discepoli più vicini che se ne sarebbe andato nel marzo del 1952, ma non tutti tra loro compresero pienamente le implicazioni delle sue parole.

La testimonianza che segue è liberamente tratta dai ricordi vividi di Daya Mata, tra i più avanzati discepoli di Paramhansa Yogananda, terzo Presidente della Self-Realization Fellowship/Yogoda Satsanga Society of India, che fu testimone delle ultime ore di presenza del suo Guru su questa Terra.

 

Solo l’Amore può prendere il mio posto

“… Gurudeva (Yogananda) si stava preparando a ricevere l’Ambasciatore Indiano, il Signor Binay R. Sen, che sarebbe venuto alla Sede della Self-Realization Fellowship a Los Angeles il giorno seguente (venerdì, 7 marzo 1952). Guruji raccolse tutti i discepoli nella cucina dell’ashram e disse: “Oggi prepareremo dei piatti indiani al curry per l’Ambasciatore.”

Cucinammo tutto il giorno e Guruji era felice. Alla sera, sul tardi, mi chiamò e mi chiese di fare una passeggiata con Lui. L’ashram è un edificio di tre piani e scendendo le scale Guruji si fermò davanti al ritratto del Suo Guru, Swami Sri Yukteswar e lo guardò a lungo. Poi si girò verso di me e disse: “Hai compreso che ormai è una questione di poche ore prima che io me ne vada da questa terra?” Mi si inumidirono gli occhi perché intuitivamente sapevo che quel momento stava veramente per accadere.

Qualche tempo prima quando Guruji mi aveva accennato che avrebbe presto lasciato il corpo avevo pianto e Gli avevo detto: “Maestro, Lei è il diamante nell’anello dei nostri cuori e della Sua Society. Come faremo senza di Lei? Egli aveva risposto con dolcissimo amore e compassione, gli occhi pieni di divina beatitudine: “Quando me ne sarò andato solo l’amore potrà prendere il mio posto. Sii così inebriata dell’amore di Dio da non conoscere altro che il Suo amore e donarlo a tutti”.

Spesso ho cercato di ricordare quali fossero i miei sentimenti in quel momento e credo che in virtù della grazia del Maestro la mia coscienza si fosse preparata a ciò che doveva succedere, senza provare dolore: nel profondo del mio essere volevo ricordare solo l’ispirazione di quel momento benedetto.

Nel Suo ultimo giorno, il 7 marzo del 1952, Yoganandaji doveva tenere un discorso al banchetto in onore dell’Ambasciatore Indiano Sen all’Hotel Biltmore, in centro a Los Angeles. Noi che Gli eravamo di servizio ci svegliammo all’alba e bussammo alla Sua porta per chiedere se avesse bisogno di qualcosa.

Quando entrammo Lui era seduto in silenzio, il corpo immobile e gli occhi chiusi, sulla sedia dove spesso meditava ed entrava in estasi: la Sua coscienza ed i sensi erano completamente ritratti, interiorizzati dentro di Lui.

Quando non desiderava che noi parlassimo poneva un dito sulle labbra a significare: “Sono in silenzio”. Quando fece questo gesto io vidi proprio il ritrarsi della Sua anima e pensai che il mio Maestro stesse gradualmente tagliando tutti i legami che ancora tenevano l’anima collegata al corpo. Si stava distaccando da tutti gli attaccamenti. Il mio cuore si riempì di tristezza ma anche di forza perché ero consapevole che qualsiasi cosa succedesse il mio Guru non avrebbe mai abbandonato il mio cuore grazie alla devozione che provavo per Lui.

Interiormente presi consapevolezza che in tutti quegli anni mi ero allenata ad entrare in comunione spirituale e mentale con il Maestro così che quando il Suo corpo se ne fosse andato, grazie alla fede e alla devozione che provavo non vi sarebbe stata alcuna interruzione nel flusso costante della Sua ispirazione e guida della mia vita.

Yoganandaji rimase in quello stato di interiorizzazione per tutto il giorno. Verso sera la vibrazione, la forza e l’ispirazione della Sua vita e della Sua devozione a Dio toccarono il cuore di tutti noi presenti ed io pensai che non avevo mai percepito prima una tale ispirazione ed un tale amore fluire dal cuore del Maestro, dal Suo intero essere: stava letteralmente riversando a Dio e a tutta l’umanità l’amore che era la Sua vera essenza. La mia coscienza si sentì trasportata su di un piano più elevato e in quel momento seppi che il Maestro poteva andarsene da un momento all’altro.

Poi ci recammo insieme a Lui all’Hotel Biltmore, dove si sarebbe tenuto il banchetto ed essendo arrivati in anticipo Guruji attese in una stanza, assorto in meditazione. Noi discepoli eravamo seduti intorno a Lui sul pavimento. Dopo un po’ aprì gli occhi e guardò ognuno di noi, uno dopo l’altro. Ricordo che pensai, quando mi guardò, che il nostro amato Guru mi stava donando un darshan di addio (benedizione con lo sguardo). Guardando il viso del Maestro fu come se mi stesse dicendo: “Questa volta figlia mia non ritornerò”.

Quando fu il momento, scese nella sala del banchetto: erano presenti tutte le massime autorità della città, dello Stato e del Governo Indiano. Io ero seduta lontano dal tavolo dei relatori, ma la mia mente e il mio sguardo non abbandonarono mai il viso del mio benedetto Guru.

Gurudeva fu l’ultimo a parlare ai presenti prima dell’Ambasciatore Sen e mentre si alzava dalla sedia il mio cuore perse un battito e pensai subito che fosse giunto il Suo momento di andarsene. Noi discepoli eravamo seduti in fondo alla sala in una specie di antisala. Il Maestro avrebbe voluto che sedessimo direttamente davanti a Lui ma quei posti erano stati assegnati ad altri devoti.

Quando iniziò a parlare, con un tale amore per Dio, tutta l’audience divenne come una persona sola: nessuno si mosse. Erano tutti come trasfigurati dalla infinita forza di quell’amore che sgorgava dal Suo cuore e si riversava su tutti loro. Molte vite vennero cambiate quella sera grazie alla divina esperienza che il Maestro donò, incluse quelle di alcune persone che in seguito entrarono a far parte dell’ashram e presero i voti monastici e di altri che diventarono membri della Society. Si trattò veramente di un completo arrendersi a Dio.

Le Sue ultime parole si rivolsero all’India che lui amava tanto: “… Dove il Gange, i boschi, le grotte Himalayane e gli uomini sognano Dio, io sono stato santificato: il mio corpo ha toccato quel suolo”.

Non appena ebbe pronunciate queste parole lo vidi rivolgere gli occhi al centro Kutastha tra le sopracciglia e il Suo corpo si afflosciò al suolo. In un attimo io ed altri devoti ci precipitammo al Suo fianco, i nostri piedi sembrarono non toccare terra. Pensando che fosse entrato in Samadhi iniziammo a cantare l’Om al Suo orecchio destro. Spesso ci aveva detto che se si fosse trovato in uno stato di estasi prolungato e la Sua coscienza non fosse riemersa avremmo dovuto cantargli l’Om all’orecchio destro.

Mentre cantavo l’Om ero consapevole solo della presenza di Dio, del Maestro e di me stessa, un’esperienza miracolosa che non so come meglio descrivere, ma mentre mi inginocchiavo vicino al mio benedetto Guru riuscii a vedere la Sua anima lasciare il corpo.

In quel momento una forza prodigiosa entrò nel mio essere: la definisco prodigiosa perché si trattò di una travolgente forza di benedizione, di amore, di pace, di forza vitale, come se l’intera mia coscienza si focalizzasse su quell’istante di realtà e in quella notte io compresi che la realtà è solo Dio, esiste solo Dio e nient’altro. La mia coscienza si era espansa e non avvertivo più il dolore.

Quando si verificano questi momenti benedetti la coscienza riceve e percepisce ciò che in uno stato ordinario di coscienza si potrebbe percepire in anni, anni ed anni. Dentro di me sentii questo pensiero: “Devi essere forte perché il tuo lavoro inizia ora” e sono consapevole che se ho mai compiuto qualcosa di buono per la Sua opera, o se in futuro lo compirò, solo il Maestro ne è responsabile, a Lui tutti i meriti, le lodi e le benedizioni, i ringraziamenti e gli apprezzamenti da porre ai Suoi piedi.

Ricordo le Sue parole: “Ricordatevi di questo: quando me ne sarò andato, solo l’amore potrà prendere il mio posto”. Io pensai che ci aveva donato tutto quello che poteva, aveva detto tutto quello che ci poteva mai dire ed è vero che la Sua missione era terminata perché ora Egli è in noi.

Quando lo riportammo nella Sua camera alla sede della SRF dall’Hotel Biltmore la Sua pelle era luminosa come se fosse irradiata da una luce dorata e sul Suo viso c’era un sorriso dolcissimo, come una benedizione per ognuno di noi. Il Suo corpo rimase inalterato per 20 giorni in uno stato di perfetta conservazione, senza mostrare la minima traccia di decadimento.

Per quanto ci trovassimo in Occidente i giornali riportarono questo evento come miracoloso. Harry T. Rowe, direttore del Cimitero di Forest Lawn Memorial Park, dove è sepolto il corpo del Maestro, inviò alla Self Realization Fellowship una lettera ufficiale dalla quale sono pubblicati alcuni brani:

“… L’assenza di qualsiasi segno visibile di decomposizione sul corpo di Paramhansa Yogananda costituisce per noi un caso eccezionale… A distanza di venti giorni dalla morte le sue spoglie non presentavano manifestazioni evidenti di decomposizione… Non apparivano segni visibili di deterioramento e di disidratazione dell’epidermide e dei tessuti del corpo. Questo perfetto stato di conservazione è, da quanto risulta negli annali mortuari, un caso senza precedenti

Quando il corpo di Yogananda fu portato qui, il personale del cimitero si aspettava di constatare, attraverso il coperchio di vetro della bara, l’avanzamento progressivo della decomposizione. La nostra meraviglia aumentava di giorno in giorno, perché, con il passare del tempo, non si verificava nessun cambiamento nella salma tenuta in osservazione. Il corpo di Yogananda si manteneva in un apparente stato di immutabilità straordinaria…

Il suo corpo non ha mai emanato l’odore della decomposizione… Il 27 marzo, quando il coperchio di bronzo fu abbassato sulla bara, l’aspetto fisico di Yogananda appariva identico a quello del 7 marzo. Era ancora intatto e incontaminato, esattamente come appariva la notte della morte. Il 27 marzo non avevamo ragioni evidenti per affermare che il suo corpo avesse subito alcuna visibile forma di decomposizione. Per questi motivi dichiariamo nuovamente che, alla luce della nostra esperienza, il caso di Paramhansa Yogananda è da considerarsi unico…”

 

Articolo redatto da: Desktop Office di YOGADELRESPIRO.it
Data content by Davide Russo Diesi | Istruttore Mental Coach CSEN & YA Yoga Teacher E-RYT® 200, RYT® 500, YACEP® YOGABODY® Breathing Coach.

Istruttore Yoga Davide Russo Diesi

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