Mahasamadhi di Swami Sri Yukteswar – 9 Marzo 1936

Mahasamadhi di Swami Sri Yukteswar – 9 Marzo 1936

Priya Nath Karar nacque il 10 maggio del 1855 a Serampore (India). Fu discepolo di Sri Lahiri Mahasaya, ed entrò nell’ordine degli Swami prendendo il nome di Yukteswar (unito a Ishwara).

Yogananda Paramhansa, che ne divenne il discepolo più famoso, così lo descrive nella sua Autobiografia di uno Yogi (Astrolabio Editore):

“… Sri Yukteswar aveva un modo di fare riservato e pragmatico. Non vi era nulla in lui del vago o sciocco visionario. I piedi saldamente poggiati sulla terra, aveva la mente ancorata nel porto del cielo. Le persone dotate di senso pratico destavano la Sua ammirazione. “Santità non vuol dire ottusità. Le percezioni divine non rendono incapaci!”, Egli diceva. “Manifestare attivamente la virtù sviluppa l’intelligenza più acuta”.

Il mio Guru parlava con riluttanza di temi metafisici. La sua sola aura “prodigiosa” era quella di un’estrema e perfetta semplicità. Nella conversazione evitava di menzionare fenomeni sensazionali: nell’azione si esprimeva con naturalezza. Molti Maestri parlavano di miracoli, senza essere in grado di compierli. Sri Yukteswar raramente faceva allusione alle leggi metafisiche, ma segretamente le metteva in pratica a Suo piacimento.

“Colui che ha realizzato il Sé non attua alcun miracolo se prima non sente di avere ricevuto un consenso interiore”, spiegava il Maestro. “Dio non desidera che i misteri della Sua creazione vengano rivelati indiscriminatamente. Inoltre, ciascun individuo in questo mondo possiede l’inalienabile diritto di agire secondo il proprio libero arbitrio. Un Santo non interferirà mai con tale indipendenza”. Il silenzio abituale di Sri Yukteswar nasceva dalle sue profonde percezioni dell’Infinito. Non gli restava tempo per le interminabili “rivelazioni” che occupano le giornate dei maestri non illuminati. “Negli uomini superficiali, i pesciolini dei loro piccoli pensieri agitano molto le acque. Nelle menti oceaniche le balene dell’ispirazione creano appena un’increspatura”. A causa dell’apparenza esteriore poco appariscente del mio Guru, solo pochi suoi contemporanei riconobbero in lui un uomo superiore. L’adagio popolare: “Chi non sa nascondere la propria saggezza è uno sciocco” non avrebbe mai potuto essere applicato al mio profondo e tranquillo Maestro.
Sebbene nato uomo mortale come tutti noi, Sri Yukteswar aveva raggiunto la perfetta identità col Signore del tempo e dello spazio. Nella sua vita io scorgevo una divina unità. Egli non aveva incontrato nessun ostacolo insuperabile ad una fusione perfetta dell’umano col Divino. Mi permise di comprendere che tali barriere non esistono: è solo la mancanza di audacia spirituale dell’uomo a crearle.

(…)

“Vieni subito all’ashram di Puri”. Questo telegramma fu inviato l’8 marzo del 1936 da un confratello ad Arul Chandra Roy Chowchry, uno dei chela del Maestro a Calcutta. Seppi del messaggio e angosciato per il suo significato implicito caddi in ginocchio e implorai Dio di risparmiare la vita del mio Guru. Mentre mi accingevo a lasciare la casa di mio padre per prendere il treno, una Voce Divina parlò dentro di me:

Non andare a Puri stasera. La tua preghiera non può essere esaudita”.

Colpito dal dolore, esclamai: “Signore, Tu non vuoi che io vada a Puri, perché non desideri dover continuamente respingere le mie incessanti suppliche per la vita del mio Maestro. Deve Egli dunque andarsene per compiere incarichi più elevati che Tu gli hai affidato?”. In obbedienza all’ordine interiore, quella sera non andai a Puri. La sera dopo mi incamminai verso la stazione: lungo la strada, alle sette, una nera nuvola astrale ad un tratto oscurò il cielo. (Nota: il mio Guru entrò nel Mahasamadhi appunto a quell’ora, cioè alle sette di sera del 9 marzo 1936).

Più tardi, in treno, mentre il convoglio sbuffava procedendo verso Puri, la visione di Sri Yukteswar apparve davanti a me: Egli sedeva con espressione molto grave e con una luce  risplendente ad entrambi i lati del corpo.

E’ tutto finito?“.

Sollevai le braccia in un gesto di supplica.

Egli annuì, poi lentamente scomparve.

La mattina seguente, nonostante tutte le prove contrarie, nutrivo ancora qualche speranza, ma appena sceso sulla banchina del treno a Puri, uno sconosciuto mi si avvicinò e mi disse: “Avete saputo che il vostro Maestro se n’è andato?“. E mi lasciò senza aggiungere altro: non riuscii mai a scoprire chi fosse, né come avesse saputo dove trovarmi.

Ammutolito, mi appoggiai barcollante contro la parete della banchina e compresi che il mio Guru cercava in ogni modo di comunicarmi la terribile notizia. Fremente di ribellione, la mia anima era profondamente scossa, come un vulcano in eruzione. Quando giunsi all’eremitaggio ero vicino al collasso. La Voce interiore mi ripeteva teneramente: “Stai calmo. Riprenditi.”

Tremando, entrai nella stanza dell’Ashram dove il corpo del Maestro, che pareva incredibilmente vivo, era seduto nella posizione del loto (padmasana), vero ritratto di salute e di bellezza.
Poco prima di morire, il Guru era stato colto da una leggera febbre, ma il giorno precedente la sua ascesa all’Infinito il suo corpo si era completamente ristabilito. Per quanto fissassi la sua cara forma, non riuscivo a convincermi che non avesse più vita: la pelle era liscia e morbida, il viso aveva un’espressione di serenità indicibile. Aveva abbandonato coscientemente il suo corpo, nell’ora del mistico richiamo.

“Il leone del Bengala non è più”, gridai disperato…

(…)

Dopo la morte del Suo Maestro, Yogananda sarebbe dovuto tornare in America, ma dovette rimandare il viaggio. Doveva tenere varie conferenze pubbliche a Bombay prima di ripartire e fare una visita d’addio a Calcutta e a Puri.

Il 19 giugno 1936 Yogananda era nella sua camera di albergo a Bombay, alle tre del pomeriggio, seduto sul letto:

“… Una settimana dopo avere avuto la visione di Sri Krishna, venni distratto dalla mia meditazione dall’apparizione di una luce sublime. Davanti ai miei occhi spalancati e attoniti tutta la stanza si trasformò in un mondo inverosimile mentre la luce del sole assumeva uno splendore soprannaturale. Fui sommerso da ondate di rapimento quando vidi dinanzi a me, in carne ed ossa, la figura di Sri Yukteswar!…

Yogananda fu testimone della risurrezione del Suo amato Maestro.

Credo che il modo migliore per ricordare l’uscita consapevole dal corpo di un Guru come Sri Swami Yukteswarji sia quello di connettersi al Suo spirito nell’astrale Mondo di Loka da dove Lui continua ad inviare ed elargire  le Sue innumerevoli benedizioni alle Iniziazioni del Kriya Yoga dei diversi Maestri di Kriya  che nel mondo si appellano alla Sua mano benedicente per aprire il canale energetico spinale dei propri allievi e studenti.


Possa Tu, oh grande Leone Bianco del Bengala benedire oggi anche me ed il mio spirito vitale possa sempre ricordarsi di chi Tu hai inviato in Occidente per aiutare il progresso spirituale di ogni uomo su questa amata Terra“.

Swami Amrirananda Giri J.

 

Articolo redatto da: Desktop Office di YOGADELRESPIRO.it
Data content by Davide Russo Diesi | Istruttore Mental Coach CSEN & YA Yoga Teacher E-RYT® 200, RYT® 500, YACEP® YOGABODY® Breathing Coach.

Istruttore Yoga Davide Russo Diesi

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